28 Nov Scienza aperta e tutela della proprietà intellettuale negli enti di ricerca
La GenOA Week 2025, convegno annuale sulla scienza aperta, ha fornito l’occasione per discutere del rapporto tra proprietà intellettuale e accesso libero ai prodotti della ricerca.
“Si pensa che la proprietà intellettuale sia un freno alla libera circolazione della conoscenza, ma questa è un’affermazione erronea” dice Diego Tonini, che è intervenuto alla conferenza in rappresentanza del trasferimento tecnologico di INFN, “gli strumenti di proprietà intellettuale, se usati nel modo corretto, permettono infatti una gestione della conoscenza, garantendo il riconoscimento dell’autorialità e della sua origine, senza tuttavia limitarne la diffusione.”
Un esempio in questo senso sono i brevetti: depositando una domanda di brevetto si accetta di rendere pubblica la propria invenzione in tutti i dettagli salienti. Dopo il deposito, chiunque può accedere gratuitamente al testo del brevetto e può far uso dell’invenzione per scopi personali o di ricerca. Quello che il brevetto impedisce è, per un periodo di tempo limitato, lo sfruttamento commerciale dell’invenzione senza il consenso di chi ne detiene i diritti.
“Non dimentichiamo poi che un brevetto può fare da volano per l’innovazione privata” continua Tonini, “assicurare la possibilità di sfruttare in esclusiva un’invenzione dà alle aziende lo stimolo per investire tempo e risorse nello sviluppo industriale, sapendo che i risultati poi porteranno a un vantaggio competitivo e, in ultima analisi a un ritorno economico.”
Allo stesso modo vanno considerati i diritti d’autore sui prodotti della ricerca, come articoli scientifici, rappresentazioni dei dati e software.
“Lo scopo dell’INFN non è monetizzare a tutti i costi i propri risultati scientifici; libertà di ricerca, cooperazione e condivisione sono la priorità dell’Istituto. Quello che il Servizio Trasferimento Tecnologico e il gruppo di lavoro sull’Open Science cercano di fare è assicurare il giusto riconoscimento del lavoro del personale che fa ricerca e dell’INFN, facendo in modo che terze parti non se ne approprino.”
La distribuzione del software è un caso emblematico: all’interno di INFN vengono scritte migliaia di righe di codice, programmi sviluppati per il calcolo scientifico, l’acquisizione e l’elaborazione dei dati, che possono essere utili anche a colleghi di altre istituzioni o trovare applicazioni in ambiti completamente diversi da quello per cui sono stati creati. Spesso, tutta questa ricchezza di conoscenze viene dimenticata in qualche hard disk o distribuita in modo estemporaneo, senza un’adeguata licenza, con il rischio che il suo potenziale beneficio per la società non venga pienamente espresso o che qualcuno ne faccia un uso improprio senza tributare il giusto credito agli autori e all’INFN.”.
“Apporre la corretta licenza software risponde a diverse esigenze” dice Francesco Giacomini, tecnologo informatico al CNAF INFN nel suo intervento, “prima fra tutte permettere la condivisione del software per motivi di ricerca scientifica e tecnologica, ma anche favorire il trasferimento di conoscenza e di tecnologia verso la società, con due connotazioni: il riconoscimento di quanto prodotto dall’INFN e la possibilità di una sua valorizzazione economica.
Per questo motivo si sta lavorando affinché tutto il codice sviluppato e reso pubblico dall’INFN venga rilasciato con la licenza adatta, favorendo quando possibile quelle open source reciprocal come la EUPL, sviluppata dall’Unione Europea e disponibile anche in italiano, così da rispondere ai principi di “openness” che hanno sempre guidato la scienza, impedendo al contempo l’appropriazione o la chiusura di prodotti derivati e redistribuiti.
In un ente pubblico di ricerca Open Science e Proprietà Intellettuale, seppur diverse e all’apparenza inconciliabili, convivono e operano, ciascuna con i propri strumenti, per lo scopo comune dell’avanzamento della conoscenza.
