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Istituto Nazionale di Fisica Nucleare

Trasferimento Tecnologico

Ezio Previtali | Intervista a Ezio Previtali coordinatore del Comitato Nazionale per il Trasferimento Tecnologico (CNTT) dell’INFN

Ezio Precvitali

Promuovere e rafforzare le attività di trasferimento tecnologico è uno dei fronti sui quali l’INFN è impegnato in modo strategico da alcuni anni. A partire dal 2012 ha istituito il Comitato Nazionale per il Trasferimento Tecnologico (CNTT), si è dotato di un Ufficio dedicato e ha avviato numerosi progetti, il più recente dei quali è R4I (Research for Innovation). Ne abbiamo parlato con Ezio Previtali, coordinatore del CNTT.

Che cosa si intende con trasferimento tecnologico?

“La ricerca si trasforma in innovazione quando supera la soglia del sociale”: così un mio professore descriveva il trasferimento tecnologico. È un processo attraverso il quale la conoscenza, le tecnologie e i prototipi che sono sviluppati da istituzioni di ricerca per scopi scientifici vengono poi resi disponibili per il mercato e la società. È un meccanismo importante e a volte non ci rendiamo conto di quanto sia intrinseco in ciò che facciamo. Il trasferimento tecnologico ha per sua natura un aspetto interdisciplinare: sviluppiamo un prodotto che serve per la fisica delle alte energie e lo decliniamo per applicazioni mediche, per esempio. È un’attività molto proficua, perché per raggiungere i nostri obiettivi scientifici le tecnologie sono spinte al limite, per poi venire traslate in altri ambiti che ne possono trarre vantaggio, ma dove difficilmente si sarebbero potute sviluppare.

Di che cosa si occupa il Comitato che lei coordina?

Il CNTT è una struttura di indirizzo che sovraintende alle attività di trasferimento tecnologico. Cerchiamo di favorire la capacità di valorizzazione dell’INFN, dove con valorizzazione si intende la tutela della proprietà intellettuale, i brevetti, il supporto alle idee di ricerca che possono evolvere in progetti innovativi, traducendo un prototipo in un oggetto che possa essere industrializzato. Altro aspetto importante che curiamo è il trasferimento del know how, che cerchiamo di mettere a disposizione anche dei partner industriali. Il CNTT coordina poi la rete di referenti locali e gestisce le attività connesse al supporto dei gruppi di ricerca e dei laboratori.

Come funziona il trasferimento tecnologico all’INFN?

Esistono due meccanismi fondamentali. Il primo è intrinseco nelle attività di ricerca. Per poter sviluppare le tecnologie utili ai nostri esperimenti, le industrie lavorano a stretto contatto con i nostri ricercatori. Acquisiscono così nuove competenze e specializzazioni: questo è il meccanismo chiamato ‘per procurement’. Quello che sta emergendo nel mondo è che la big science ha un altissimo impatto sull’industria e LHC ne è un esempio lampante: la sua costruzione ha richiesto di fare innovazione tecnologica e le imprese coinvolte hanno avuto una significativa ricaduta diretta. Questo merito ci viene riconosciuto: abbiamo condotto un’indagine con 200 aziende ed è emerso che chi ha lavorato con noi ha iniziato a sviluppare nuovi prodotti e ad aprirsi a nuovi mercati. Nel caso del trasferimento tecnologico per procurement il compito del CNTT è fare emergere il processo, che di per sé avviene comunque in modo più o meno automatico. Il secondo meccanismo è quello per cui all’interno dei gruppi di ricerca scientifica vengono sviluppate idee, che successivamente possono essere declinate fino a diventare un prodotto che riesce a trovare l’interesse dei mercati. Questo è il meccanismo di trasferimento tecnologico che come CNTT seguiamo più direttamente, perché è quello che richiede maggior supporto ed è più legato ai rapporti con le aziende. Facciamo in modo che le tecnologie innovative per la ricerca di base diventino un volano per la società in cui viviamo: dalle tecnologie per la ricerca sul bosone di Higgs alle macchine per la cura dei tumori. Utilizzando soldi pubblici, abbiamo il dovere di far fruttare gli investimenti al massimo, non solo raggiungendo gli obiettivi scientifici, ma anche promuovendo la crescita economica e mettendo a disposizione di tutti ciò che produciamo. Il trasferimento all’industria rappresenta un grande vantaggio, soprattutto nel caso delle PMI, le piccole e medie imprese, che in Italia sono molte. Perché una PMI spesso non ha grandi risorse da investire in ricerca e sviluppo (R&D): in questo modo noi favoriamo la loro crescita e la loro competitività sul mercato anche a livello internazionale. Un ricercatore deve quindi occuparsi anche di capire se all’interno del proprio laboratorio c’è qualcosa che è spendibile a livello sociale.

Come si concilia la condivisione dei risultati con i brevetti?

In Italia il brevetto spesso viene visto esclusivamente come una misura per tutelare se stessi: se qualcuno vuole fare qualcosa con la mia ricerca, deve pagare. In realtà, il brevetto non si esaurisce in questo aspetto. Mettiamo che io sviluppi un’idea nuova grazie a un finanziamento ricevuto, e che ottenga così un prototipo innovativo. Ora le strade sono due: o pubblico o brevetto. Se io pubblico, in linea di principio, ho reso edotto tutto il mondo e chi vuole può sfruttare liberamente il mio progetto. Se io brevetto, qualcuno deve trattare con me l’aspetto economico. Ma questa è una lettura naif, spesso le cose funzionano diversamente. Quello che succede quando si rende pubblico un risultato è che le aziende interessate possono prenderlo e svilupparlo, ma ciò avviene in un contesto molto competitivo. È chiaro che questo è un rischio enorme, che solo le aziende più grandi possono permettersi, perché significa investire ingenti somme con un capitale di rischio altissimo per sviluppare qualcosa che non possono tutelare, perché è nota a tutti. Questo tende a minimizzare gli investimenti delle industrie, perché sono meno tutelate da un ritorno dei loro investimenti. Il brevetto invece offre un vantaggio: un’azienda può investire capitali significativi avendo la sicurezza di avere un vantaggio sulla concorrenza. Dunque, non è vero che il brevetto limita, spesso esalta le possibilità: tant’è che vi sono casi in cui una tecnologia ancora in fase embrionale senza brevetto non fa strada, perché non c’è nessuno disposto a investire rischiando. Non tutti i progetti sono brevettabili o non sempre il brevetto è la strada migliore per dare una chance a una tecnologia: la pubblicazione rimane dunque una buona pratica, anche se il brevetto non esclude la successiva pubblicazione.

Quali sono le principali difficoltà che incontrate?

C’è una difficoltà culturale: molti ricercatori vedono ancora il trasferimento tecnologico come una “distrazione” dalle loro attività principali. Ciò che viene chiesto ai ricercatori sono la consapevolezza e la volontà di mettere in evidenza quei casi in cui l’attività di ricerca tecnologica può essere di interesse sociale. Un altro aspetto critico è connesso con la nostra natura di ente pubblico, per la quale siamo soggetti a norme e regolamenti talvolta molto vincolanti. Un’industria ha tempi e modi diversi da quelli dell’amministrazione pubblica: quando si fa innovazione il fattore tempo è determinate per essere competitivi. Poi ci sono altri due aspetti, seppur più marginali, ma comunque identificativi di una situazione. L’INFN ha personale dipendente e personale universitario associato: questo produce delle difficoltà di gestione della proprietà intellettuale perché spesso è difficile conciliare i vincoli normativi di entrambe le istituzioni. Ci vorrebbe una regolamentazione più snella e più chiara. Ultimo fattore, molto strano ma che riscontriamo da sempre: i ricercatori INFN in molti casi non assegnano il giusto valore ai propri progetti di trasferimento tecnologico, sottostimando quello che producono.

Quali sono i casi più interessanti di trasferimento tecnologico all’INFN?

Un esempio di grande successo è CHNet: la rete per i beni culturali incentrata sulle tecnologie per l’indagine. Oppure c’è l’utilizzo degli acceleratori nella validazione delle tecnologie spaziali. Ci sono le applicazioni alla fisica medica: CATANA ai Laboratori Nazionali del Sud dell'INFN per la cura del melanoma oculare grazie a fasci di protoni (protonterapia) e il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica (CNAO) a Pavia sono due begli esempi. Vi sono poi attività più specifiche. Abbiamo chiuso un grosso contratto con un’importante ditta internazionale, la Waters, per lo sviluppo di un prototipo per la spettrometria di massa. Un altro progetto di successo è MID, uno strumento sviluppato per l’analisi della talassemia. MID è arrivato proprio di recente alla sua conclusione: con le ultime certificazioni, è ora disponibile agli Ospedali Galliera di Genova e puntiamo ad avviare la sua produzione in serie. Inoltre, abbiamo venduto dei prototipi per l’analisi della radioattività in impianti nucleari in fase di dismissione oggi utilizzati da Sogin. Sono stati sviluppati in collaborazione con Else Nuclear, azienda che ha poi prodotto i dispositivi e li ha immessi sul mercato. Abbiamo ancora le applicazioni che derivano dall’impiego delle tecniche di rivelazione dei muoni per lo studio dei vulcani o dei depositi radioattivi in centrali nucleari. Inoltre, supportiamo progetti di calcolo per l’ottimizzazione dei tempi nei mercati finanziari, per i quali abbiamo sviluppato sistemi di gestione delle attività, dei flussi di dati anche sensibili ecc. Ultimo aspetto interessante che cito, anche se ve ne sarebbero molti altri, è quello legato agli spin-off. Su tutti, il caso della piccola PIXIRAD che nel 2017 è stata acquisita dalla ditta olandese PANalytical: nella buona riuscita di questa operazione di vendita all’estero di uno spin-off dell’INFN va riconosciuto il merito dei ricercatori di PIXIRAD che hanno saputo gestire con professionalità la trattativa. Dallo scorso settembre abbiamo anche un nuovo regolamento che riguarda gli spin-off, speriamo così di far crescere ancora di più questo settore. Insomma, l’INFN si sta impegnando molto perché il bagaglio di competenze e conoscenze, che per molti anni è rimasto chiuso nei laboratori, diventi patrimonio della società e possa contribuire allo sviluppo economico e sociale del Paese. E questo sta iniziando a essere conosciuto e riconosciuto all’esterno: da gennaio ad oggi siamo stati contattati da tre venture capitalist che hanno visto nell’INFN un possibile partner innovativo. Oggi il trasferimento tecnologico all’INFN fattura un paio di milioni all’anno, ma ci stiamo impegnando per far crescere ancora di più questo settore.

L’INFN ha recentemente lanciato un nuovo progetto di valorizzazione tecnologica, R4I, di che cosa si tratta?

Come CNTT ci eravamo resi conto da tempo che c’era un problema che riguardava soprattutto le tecnologie interdisciplinari. Quando un progetto viene sviluppato in Commissione 5 [la Commissione Scientifica Nazionale dell’INFN che si occupa di ricerca tecnologica, ndr] si arriva al massimo allo sviluppo di un prototipo, vale a dire un prodotto non ancora abbastanza solido da poter essere messo sul mercato. Allo stesso tempo però non si giustifica più come progetto di ricerca. Con R4I abbiamo quindi creato le condizioni per supportare queste tecnologie per un altro anno, dando loro la possibilità di diventare più solide. Solitamente i prototipi hanno un Technology Readiness Level (TRL) di 4/5 su una scala che arriva fino a 9, dove si collocano i prodotti maturi per il mercato e la società. Sosteniamo dunque le tecnologie, sia dal punto di vista finanziario, con proventi che derivano dalle stesse attività di trasferimento tecnologico, sia dal punto di vista infrastrutturale e amministrativo. Il nostro supporto può durare in alcuni casi un secondo anno, senza contributo economico: in sostanza il progetto ha tempo un anno per raggiungere la solidità dal punto di vista tecnologico, e poi ha un secondo anno per entrare nel mercato. In sintesi R4I è un’iniziativa per sostenere quelli che chiamiamo progetti da ‘ultimo miglio’, quel miglio che separa la ricerca dall’innovazione.

A cura dell'Ufficio Comunicazione INFN, pubblicato nel Febbraio 2018

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